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Studio per un giudice bandito
 
liberamente tratto da Apologo del giudice bandito di Sergio Atzeni
per gentile concessione di Rossana Copez e Sellerio editore Palermo

scrittura scenica e regia Giacomo Casti

con Stefano Farris

musiche originali ed esecuzioni dal vivo Marcello Verona
 



"Che tutto cambi, perché nulla cambi" è il motto, gattopardesco, che meglio sembra adattarsi alla Cagliari- alla Caller, come dicevano i catalani- del 1492, città che Sergio Atzeni racconta nel suo primo romanzo, Apologo del giudice bandito.

1492, data storicamente esplicita e riconosciuta come avvio della modernità, dell'età moderna, e che nella verità del romanzo assume senso paradossale: in quello stesso anno mentre Colombo, cercando il levante, trova il ponente- e quello che sarà poi il Nuovo Mondo, in quella Cagliari ispanizzata gli inquisitori processano le cavallette, colpevoli di infestare l'isola.

E questo medioevo processuale trova il suo corrispettivo nei modi di vita e negli atteggiamenti di tutti i personaggi dell'affresco atzeniano, dagli hidalgos ai soldati, dai giudici sardi ai pezzenti della città.

E in questo medioevo sardo non è difficile riconoscere comportamenti e caratteri totalmente contemporanei, attualmente cagliaritani nella lingua come nei gesti, attualmente universali nella bassezze come nelle necessità.

La Modernità non è mai iniziata, il Medioevo non è mai finito, allora: ci ritroviamo a seguire la storia di due rampolli della Cagliari-bene dell'epoca, e a domandarci se quanto ci viene raccontato sia accaduto più di cinquecento anni fa, in un passato fumoso, oppure giusto la scorsa settimana, e magari ne abbiamo letto sbadatamente sulle pagine di cronaca di un quotidiano locale, senza prestargli molta attenzione.




 
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